La riforma fiscale e il passaggio a due sole aliquote: oltre le buone intenzioni cosa resta?
Di Peregrinus
La recente proposta di riduzione del prelievo fiscale e, in particolare, dell'imposizione diretta - attraverso la previsione di due sole aliquote - ha rilanciato una proposta, in realtà non nuova anche nel dibattito degli strumenti di politica economica. La circostanza di per sé attesta, oltre ogni interpretazione suscettibile di smentita, la sostanziale ispirazione a principi di neo-liberismo economico che anima lo schieramento di maggioranza, ben aldilà delle pur significative recenti affermazioni del Ministro dell'economia, circa la volontà di procedere invece verso l'affermazione di un modello di politica economica ispirato all'economia sociale di mercato.
Occorre tuttavia riflettere sul fatto che, nell'Italia di oggi, operare una riforma tributaria non significa solo muovere verso la riduzione del prelievo fiscale. Ciò significa anche, a parità di pressione fiscale, cambiare anche la distribuzione dell'onere tra tipologie di cespiti e contribuenti nonché le modalità tecniche del rapporto tributario, per ottenere un sistema più equo e più efficiente, sia dal punto di vista dell'impatto sull'economia, che sul piano strettamente tributario.
In linea di principio, a fronte di proposte di riforme radicali e rivoluzionarie, che in genere esaltano gli atteggiamenti emotivi e le proposte fantasiose, poi difficili da governare, occorrerebbe invece opporre atteggiamenti ispirati a ponderazione e attenta riflessione, al fine di valutare dati alla mano, tutte le implicazioni che dette riforme implicano.
Se, per un verso, è innegabile sotto il profilo politico, che la proposta citata abbia di per sé il merito di aver nuovamente sollevato il grande tema della riforma del sistema fiscale italiano, che unanimemente - sia tecnici che non - andrebbe indirizzato nel senso di una attenuazione della pressione tributaria, specie sui redditi medi e bassi, e, tra questi, in particolare sui lavoratori dipendenti e pensionati, la realtà delle cose, però, come spesso accade, ci riporta poi con i piedi per terra agli ostacoli che si frappongono alla realizzazione di ciò che, pure, perlomeno in linea di principio, è riconosciuto come giusto fare, ben aldilà degli schieramenti ideologici.
In proposito, occorre anzitutto riflettere sugli effetti quantitativi che il progetto di un'IRPEF a due sole aliquote - 23 % per i redditi fino a 100.000 euro, 33% al di sopra - provocherebbe, dal momento che questo porterebbe a due esiti entrambi discutibili, in massima parte propri anche dell'ipotesi del quoziente familiare. Il primo, è quello di provocare - stante anche una pressione fiscale effettiva, concentrata solo sul alcune tipologie di redditi - a una alterazione della distribuzione del reddito, già di per sé oggi assai squilibrata, facendola pendere a favore dei più abbienti: basti pensare che, con le due aliquote, un contribuente con un reddito annuo di 30.000 euro risparmierebbe 600 euro, mentre un contribuente con un reddito di 100.000 euro annui, ne risparmierebbe ben 13.000. E' ovvio che la eventuale riforma terrebbe conto di tale effetto rivedendo anche la soglia di esenzione (no tax area) oltre il sistema di deduzioni e detrazioni dal reddito.
Il secondo profilo, assai problematico per i motivi che si esporranno, è invece da ascrivere alla sensibile riduzione di gettito che ne conseguirebbe, stimabile in non meno di 30 miliardi di euro annui per le casse dell'erario dello Stato. E' del tutto chiaro che, aldilà di qualsiasi impatto distributivo, il primo problema da affrontare sarebbe proprio quello di trovare una idonea copertura finanziaria.
In proposito, se per un verso le misure che si pongono all'attenzione a tal fine sono l'ipotizzabile inasprimento della lotta all'evasione fiscale, in misura tale da ricondurla ad un livello fisiologico con quella degli altri paesi e recuperando le risorse necessarie, in alternativa ad un tale intervento, in verità assai difficilmente ipotizzabile sul piano politico, si dovrebbe invece incidere sulla spesa corrente.
In altri termini, se si vuole ridurre la pressione fiscale senza aumentare il debito pubblico, già insostenibile, o inasprire la reale pressione fiscale (pagare meno, ma pagare tutti), bisogna ridurre la spesa: obiettivo sempre valido, ma che ben altra cosa, con ulteriori e differenti implicazioni.
La ponderazione di tutte le implicazioni di una riforma fiscale significa quindi, a parità di pressione, stimare il cambiamento che ne consegue nella distribuzione dell’onere tra tipologie di cespiti e contribuenti, nonché sulle ricadute circa le modalità tecniche del rapporto tributario; e ciò in vista di un sistema più equo, più efficiente dal punto di vista dell’impatto sull’economia e più efficiente anche sul piano strettamente tributario. Tale ultimo effetto, superfluo sottolinearlo, ha tra l'altro la ricaduta di determinare la riduzione, a parità di prelievo, dei costi indiretti: costi di informazione, contabilità e pagamento per il contribuente; costi di raccolta e controllo per il fisco; costi del contenzioso per ambedue le parti.
Per contro, l'ipotesi di operare nella rimodulazione del carico fiscale coprendolo con una riduzione della spesa corrente, induce a riflettere anche sul fatto che, nelle stime più recenti, la spesa per beni e servizi nel 2009 è stata, nelle valutazioni del Governo, di soli 5 miliardi superiori a quella fissata negli obiettivi e considerata corrispondente ai fabbisogni: misura che, però, come evidente, che si approssima solo intorno al 18-20 venti per cento dell'onere minimo atteso dalla riforma delle aliquote (almeno 30 mld annui).
Ne segue che, in realtà, come logico che sia, si dovrebbe a tal fine procedere sul versante della spesa, anche ad interventi beni più incisivi su altri capitoli della spesa pubblica primaria, non disgiunti anche da una attenta verifica delle stesse priorità, al fine di ridurre le eventuali aree ancora comprimibili.
La riflessione sulla copertura della riforma costituisce una occasione utile per condurre un approfondimento circa l'effettiva compatibilità delle scelte di riforma fiscale, più in generale con l'effettivo stato delle finanze pubbliche, che è problema che coinvolge l'Italia non meno degli altri stati europei.
Lo scenario che oggi si presenta ai nostri occhi è assai complesso. Infatti, più che ridurre le tasse, i governi dei Paesi europei e degli Stati Uniti potrebbero infatti essere costretti, proprio per lo stato di stress finanziario in cui si trovano, ad aumentare il prelievo fiscale per via dell'alto debito accumulato negli ultimi due anni per fronteggiare la caduta della domanda e per i lentissimi tempi registrati nella risalita del PIL.
In proposito, anche autorevoli economisti hanno di recente suggerito di aumentare le basi imponibili e tornare al più presto su un percorso di sostenibilità fiscale, aumentando gli avanzi primari degli Stati.
Ma ciò, a parere dei più, dovrà avvenire scegliendo le soluzioni fiscali che danneggiano meno la crescita economica; ossia, ad esempio, imponendo un prelievo sull'anidride carbonica prodotta, e in generale tassando i consumi piuttosto che tassando il fattore lavoro e i redditi, in particolare, quelli di persone fisiche ed imprese.
In conclusione, è chiaro che i tre tradizionali obiettivi di equità, efficienza economica ed efficienza tributaria che si prospettano a fronte di una qualsiasi riforma del sistema fiscale e del prelievo diretto, possono essere in conflitto. Si tratta perciò di chiarire, alla luce di una ponderata e documentata riflessione analitica su tutti i pro e i contro, gli effetti delle proposte sotto ciascuno dei tre profili e poi di individuare l’eventuale compromesso che si ritiene preferibile.
È solo con questi riferimenti che si possono affrontare seriamente temi di delicatissima portata sociale ed economica come quelli in questione.
La XVI legislatura si era aperta con forti appelli al dialogo tra le forze politiche; poi, il riemergere delle contrapposizioni frontali, in particolare sul tema della giustizia sembrano averlo allontanato.
Anche sul tema fiscale vi è però bisogno di grandi riforme; anche queste, per quanto possibile, condivise.